Adelina Tattilo: storia di una donna (scomoda) che non ha chiesto permesso

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C’è una scena — forse mai esistita davvero, forse solo immaginata — che descrive perfettamente Adelina Tattilo. Una stanza piena di fumo, un tavolo di legno segnato da tazze di caffè ormai fredde, e il brusio di un’Italia che stava cambiando, ma che lo faceva con la riluttanza di chi è stato abituato per troppo tempo al silenzio.

In quell’aria sospesa, Adelina entra non con la timidezza delle donne educate “a non disturbare”, ma con l’incedere di chi sa di avere qualcosa da dire e sa pure che sarà scomodo.

Adelina non voleva scandalizzare.

Voleva aprire.

Aprire spazi, finestre, spiragli di verità in cui poter respirare un’aria nuova.

Eppure, come sempre accade nel nostro Paese, ciò che è nuovo viene prima deriso, poi demonizzato, poi — a distanza di anni — celebrato. Ma quando arriva la celebrazione, i più hanno già dimenticato il prezzo che chi ha “aperto” ha pagato sulla propria pelle.

Ed è qui che entra la parte della sua vita che sembra scritta da uno sceneggiatore con un debole per le ironie del destino.

Adelina Tattilo

Adelina infatti aveva sposato Saro Balsamo, uomo di fascino e inquietudine, uno di quelli che vivono di idee più grandi di loro. A un certo punto, Balsamo — ricercato, pieno di debiti, inseguito dalle stesse avventure editoriali che non riusciva a portare a compimento — scappa. Sparisce. Ma prima di farlo le intesta Playmen, come si lascia un oggetto ingombrante sul pianerottolo di casa: una rivista quasi in bancarotta, un’eredità che sembra più una condanna che un passaggio di consegne.

E invece no. Perché ci sono donne che davanti al disastro non si lamentano: si rimboccano le maniche.

Adelina entra in quella redazione come si entra in un campo minato: attenta, determinata, pronta a ricostruire ciò che altri hanno distrutto. Dove un uomo fugge, lei resta. Dove gli altri vedono uno scandalo da evitare, lei vede una possibilità di cambiare lo sguardo di un intero Paese.

Mrs. Playmen, la serie Netflix che riporta oggi la sua storia al centro della scena, racconta proprio questo: la donna che è stata troppo spesso ridotta a una caricatura, a una malizia editoriale, a una nota scandalistica, era invece un intellettuale irrequieta, una visionaria.

Aveva la stoffa ruvida di chi non si accontenta. Di chi non ha paura dei tribunali, né dei vicini che mormorano. Di chi ha il coraggio di guardare un Paese negli occhi e dirgli che il corpo non è una colpa. Perché l’Italia degli anni Sessanta aveva paura del corpo. Non del sesso — quello lo praticavano tutti, spesso di nascosto — ma del corpo che parla.

Del corpo che dice: Io sono mio.

E il corpo femminile, soprattutto, doveva restare silenzioso, composto, custodito dentro il ruolo di moglie o madre, come un vaso di cristallo esposto sul comò. Adelina prese quel vaso, lo guardò bene e lo lasciò cadere. Non per disprezzo, ma per necessità.

La sua rivista fu un terremoto: un sommovimento lento ma inevitabile. Le accuse, le denunce, le perquisizioni arrivarono puntuali, perché quando rompi un ordine che tutti fingono di rispettare, il mondo reagisce sempre con violenza. Ogni scatto, ogni copertina era un modo per dire che la donna aveva un corpo e — cosa ancora più spaventosa — un desiderio.

Ma la cosa più straordinaria non era ciò che mostrava, bensì come lo mostrava. Niente volgarità, niente compiacimento. C’era una cura artigianale dell’immagine, un’estetica precisa, una regia del corpo.  Adelina trasformava l’erotismo in linguaggio, e il linguaggio in una battaglia culturale. E mentre l’Italia si scandalizzava, lei lavorava.

Testarda. Visionaria. Sempre un passo avanti.

Oggi “Mrs. Playmen” ce la restituisce in carne e ossa, interpretata da Carolina Crescentini: con le sue fragilità, le sue battaglie, quella determinazione che sembra quasi un difetto di fabbrica, uno di quelli che però salvano la vita.

Guardandola, ci accorgiamo di una verità limpida: Adelina Tattilo è stata una delle prime a capire che l’immagine è un campo di battaglia. Che ogni foto, ogni rappresentazione del corpo, è lo spazio in cui si decide il grado di libertà di un Paese.

E forse è per questo che la sua storia risuona così forte con quella di Alare di Luana Cotena. Perché anche qui, oggi, parliamo di corpi, di identità, di etichette da strappare senza pietà.

Parliamo di stoffe che non vestono soltanto, ma raccontano. Parliamo di una moda che non sta ferma, che non compiace, che non obbedisce. Una moda che apre spiragli, proprio come Adelina apriva pagine.

In questo grande racconto fatto di fibre, volti e significati, Adelina è un’antenata ribelle.  Una di quelle che ti osservano da lontano e sembrano dirti:

 “Non addolcire mai ciò che hai da dire. Neanche quando fa paura. Soprattutto quando fa paura.”

Scritto da: Miriam Lombardi

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