Lavorare per vivere o vivere per lavorare? E se mollassimo tutto senza diventare eremiti?

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C’è stato un tempo in cui pensavo che il lavoro fosse tutto.
La spina dorsale della dignità. La via per il rispetto. Il nome con cui presentarmi al mondo.

“Che fai nella vita?”
Una delle domande più semplici e violente mai concepite.
Non ti chiede chi sei, come stai, cosa sogni.
Ti chiede cosa produci. Cosa porti al mercato dell’identità.

E io — sicura, luminosa, centrata — rispondevo con una voce che nascondeva l’affanno:
“Lavoro. Tanto. Sempre.”
Sono cresciuta con l’idea che se avessi lavorato abbastanza, tutto si sarebbe sistemato:
la mia autostima, le bollette, le domeniche vuote.
Come se l’equilibrio si comprasse con la produttività.
Come se diventare qualcuno passasse per l’ufficio.
Poi, un giorno, succede qualcosa.
Non per forza un trauma. Non una crisi drammatica.
Piuttosto una specie di stanchezza costante che ti fa compagnia come un animale
addormentato ai piedi del letto.
È come se cominciassi a sentire, piano piano, che la mia vita mi è diventata stretta.
Che non ci sto più dentro, ma continuo ad abitarla per abitudine.
Che faccio tutto — ma non ci sono.

All’inizio lo chiamo stress. Poi lo chiamo burnout. Poi smetto di nominarlo.
Ci faccio il nodo come si fa con i foulard che indosso, e vado avanti.
Ma qualcosa si è rotto. E lo so.

Mi capita spesso, ultimamente, di osservare la gente in metropolitana.
Occhi incollati agli schermi, teste piegate in avanti come per cedere alla gravità.
E mi domando:

Quante di loro stanno andando in un posto che amano? Quante stanno andando in un posto che almeno sopportano? E quante — come me — si sentono sospese, in attesa di qualcosa che non arriva mai.

Ci hanno insegnato che il lavoro è una forma di salvezza.
Che ci nobilita, ci costruisce, ci definisce.
Ma oggi ho il sospetto che — più spesso — ci inchiodi.
A ruoli che non ci appartengono più.
A orari che ci svuotano.
A identità che ci illudiamo di aver scelto, ma che sono state scelte da qualcun altro,
molto tempo fa.

Il lavoro è diventato l’equivalente moderno del destino:
se ce l’hai, ringrazia;
se non ce l’hai, vergognati;
se lo odi, è un problema tuo.

Secondo il Censis (Centro Studi Investimenti Sociali), il 64,4% degli italiani lavora solo per i soldi. E spesso neanche quelli bastano.
Una generazione cresciuta con la retorica del “fai ciò che ami”, che si ritrova a fare ciò che capita.
Insegniamo ai nostri figli a credere nei sogni, ma li cresciamo in un mondo dove lavorare
quaranta ore alla settimana non garantisce neanche l’affitto.
Dove se chiedi flessibilità, ti dicono che sei viziata.
Dove se ti fermi, ti superano.
E allora viene da chiederselo, sul serio:
Chi saremmo, se il lavoro non fosse al centro delle nostre vite?
Cosa faremmo con le nostre giornate, se non dovessimo venderle?
Come cambierebbe il nostro sguardo, il nostro linguaggio, il nostro corpo — senza il peso
costante dell’efficienza?
E soprattutto:

Riusciremmo davvero a sopportare tutto quel tempo vuoto, quel silenzio non
monetizzabile?
O ci sembrerebbe di barare?

Forse abbiamo talmente interiorizzato l’idea che l’impegno sia la misura della dignità,
da non sapere più cosa fare quando il tempo non è strutturato, schedulato, giustificabile.
Abbiamo paura del vuoto non perché è vuoto… ma perché non sappiamo più chi siamo, se
non stiamo facendo qualcosa che possa essere spiegato agli altri.

La verità è che il lavoro, oggi, è diventato un’identità d’emergenza.
Un modo per restare nella mappa sociale.
Un certificato di esistenza.

Ma arriva un punto in cui smetti di chiederti che lavoro vuoi fare e inizi a chiederti:

Che tipo di vita voglio vivere?
Con chi? Dove? Come?

E non perché sogni di diventare un’eremita o vivere di agricoltura rigenerativa su una collina.
Ma perché vuoi — finalmente — essere tu a scegliere cosa vale il tuo tempo.
Forse la questione non è smettere di lavorare.

Forse è smettere di vivere solo per quello.
Smettere di cercare il senso solo dentro una mansione, un task, una chiamata Zoom.
Forse è iniziare a costruire una vita in cui il lavoro sia uno degli elementi — non l’unico, non il principale, non il padrone di casa.
E se per farlo serve qualche silenzio, qualche fallimento, qualche sera passata a non sapere che fare… allora ben venga. Perché forse è proprio da lì che si comincia.
A essere qualcuno.
Finalmente.
Senza bisogno di dirlo a nessuno, senza sentire neanche il bisogno di scriverlo nel curriculum.

Scritto da: Miriam Lombardi

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