Venezia ti lascia con il fiato sospeso per poi farti tornare a respirare. Che sia per la luce riflessa sull’acqua del Gran Canale o per un film visto dentro la Sala Grande della Mostra del cinema, poco fa la differenza, il fremere di gioia ha occupato spazio dentro di me.
Nell’arco di una giornata mentre si passeggia davanti al tappeto rosso più famoso del mondo si susseguono intervalli di sensazionale divenire che rendono libera la mente, lasciandola fluire sommessamente. Il lido con lo scendere della sera si fa spumeggiante, il vociare della folla alza il volume, arrivano i battelli da cui scendono scie di abiti cuciti fra strascichi e paillettes, completi rifiniti fino all’orlo indossati da volti non indifferenti al fascino di un luogo che è ammaliante, da qualsiasi lato lo si scruti, in silenzio o in compagnia di anime care.

Nella cornice nitida della laguna veneziana mi sono trovata inaspettatamente in un appuntamento con le mie emozioni, vivendole nel presente, con poco tempo per pensare al passato e ancor meno per proiettarmi nel futuro. Chi ha avuto la possibilità di vivere la Mostra Internazionale d’arte Cinematografica lo sa: la giornata va programmata una proiezione dopo l’altra, i ritagli per sé scarseggiano, bisogna incastrare i momenti del “piacere” con i bisogni fisiologici, tra cui le poche ore di sonno alla mano. Mani, che se messe vicino al petto, nonostante la stanchezza, sentono il battito lieto del cuore accelerare teneramente, sano sintomo di un forte desiderio di trasportarsi nelle storie che i registi hanno creato attraverso fotogrammi di spessore.

Ho assistito alla “Valle dei sorrisi” di Paolo Strippoli a un orario in cui, se siamo soli prima di addormentarci, capita di abbandonarci alle rimembranze più profonde e scomode. Invece, lì a Venezia, a mezzanotte e un quarto del 30 agosto, piuttosto che contorcermi inquieta, ho preso parte alla visione corale di un film che parla delle modalità con cui le persone tendono a volersi liberare dal dolore come fosse una malattia: tema centrale della pellicola.
Lo spunto di riferimento del film è la valle di Remis, protagonista di un brutto incidente ferroviario che vede gli abitanti superstiti fuggire dall’immagine della morte dei propri cari decidendo di voler dimenticare l’accaduto, trasferendo l’enorme macigno a un giovane ragazzo di nome Matteo, che ha una misteriosa capacità di sollevarli dalla perdita attraverso un abbraccio. Ne scaturisce che lui assorbendo le negatività soffre perennemente. Una chiara dimostrazione di ciò che accadrebbe se accettassimo l’invitante offerta.
Ritornando alle mie sensazioni percepite nel qui ed ora, mentre le lancette dell’orologio scattavano andando a segnare la fine della giornata facendone iniziare una nuova, si sono risvegliate le mie riflessioni su un pensiero ben preciso affrontato nel film; se avessimo la possibilità di farci anestetizzare dal dolore, lo faremmo? La risposta che tutti propenderemmo per dare è probabilmente positiva, come si è visto sullo schermo. Io però mi sono chiesta a cosa serva avere una propria coscienza e una plasticità cerebrale rigenerativa, se non la favoriamo.
È veramente favorevole augurarci di superare una sofferenza sottraendosi dal guardarla negli occhi, in uno sguardo di irrefrenabile consapevolezza catartica? Emergono vari risvolti e forse vale la pena alimentare i pensieri anche se ottenebrano la mente, rifuggire da una verità univoca e inflessibile.
Buttarsi a capofitto nelle braccia dell’altro per non cadere e spezzarsi, rimanendo lontani dal varco che si apre davanti la soglia estrema del dolore, potrebbe significare ammortizzare il colpo, rischiando di provarlo per tutta la vita, eppure il trauma, ci insegna la psicologia, andrebbe affrontato. E allora si dovrebbe stare con l’altro nella sofferenza, aiutarsi, compensarsi, circostanze che comunque procurano difficoltà tanto quanto un salto nel vuoto ma sono l’unica via per cercare di accogliere la realtà se accettarla risulta essere impossibile, insomma esercitarci a spiegarle che non vogliamo farci portare via nel buio assoluto.
Il trovarmi a formulare questa considerazione è il frutto di lucide occasioni che mi concedo per mettere a fuoco chi sono e cosa sento.
L’ho fatto anche tornando a casa dal mio viaggio, mi sono soffermata sulle sensazioni che ho provato, rendendomi conto che nel momento in cui le provo mi piace alzare la testa al cielo, ammirando gli orizzonti lontani. Ho la tendenza di trasportarmi facilmente più in là della realtà, a volte mi fa stare bene, altre male, tuttavia ho voglia di riappacificarmi cogliendone i punti di forza. Ed ecco che associo le sfumature del cielo agli stati d’animo e mi ci rivedo, i colori accesi non sono automaticamente sinonimo per me di suggestioni altrettanto positive e vivide, a volte è il contrasto fra il dentro e il fuori che mi fortifica; vedendo le nuvole rincorrersi con dietro il sole che fa capolino, una sensazione di pura tranquillità si fa avanti nel mio corpo.

E così, la risposta che darei al quesito esistenziale di fondo si fa più chiara; avrei un po’ paura di privarmi di ciò che mi fa intorpidire lo spirito, di un cielo sempre assolato e di un anno scandito dal ripetersi di un’unica stagione estiva. Per fortuna intercorrono i rigidi inverni, per i più resilienti, coloro che amano sfidare le intemperie con uno slancio individuale travolgente, piuttosto che affollare disuniti le intemperie della vita. Le primavere e gli autunni per i frequentatori di lente fughe dall’ordinario, mossi da passi cauti spesso equilibrati. Se l’aria fredda e il caldo afoso si incontrano entrando in sintonia con i cinque sensi, le lacrime di pianto di un cielo piovoso possono essere asciugate dai colori accesi di un arcobaleno. Il pianto di tristezza di un essere umano può trasformarsi in un pianto di commozione e creare nuovi ricordi.
Riesco a procedere senza una meta ben precisa, facendomi più leggera.
Scritto da: Giulia Pernaselci
